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Giovedì, 16 Marzo, 2017 - 11:40
Cappato: «Dopo Dj Fabo non mi fermerò»
Marco Cappato era al volante dell'auto che ha accompagnato Fabiano Antoniani in Svizzera per il suicidio assistito. Poi si è autodenunciato ai Carabinieri: «Ora è lo Stato che deve assumersi le sue responsabilità».

Cappato: «Dopo Dj Fabo non mi fermerò»

Articolo di Celestino Tabasso pubblicato oggi su L'Unione Sarda - Guidava l'auto che ha portato Dj Fabo in Svizzera a morire. Al ritorno si è fermato dai carabinieri per autodenunciarsi, ma per ora non gli è successo nulla: in Italia aiutare qualcuno ad andarsene è un peccato sicuro ma un reato solo probabile. In attesa che la morte sia un diritto, o che la vita non sia più un dovere, Marco Cappato - già deputato ed europarlamentare radicale, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, politico a tempo pieno ma abbastanza giornalista da ricorrere istintivamente nelle interviste al "tu" corporativo - ha invocato un'indagine su di sé: la disobbedienza civile pannelliana vuole che per inceppare un meccanismo giuridico ingiusto si paghi pegno infilando un dito fra gli ingranaggi. O almeno la propria fedina penale. Domani racconterà "La fatica del vivere, la fatica del morire: Walter Piludu e Fabiano Antoniani tra etica e diritto" alla Collina di don Cannavera.

Ospite di un sacerdote.

«Ma alla Collina ero già stato proprio per parlare di Piludu, quando era vivo. E poi gli anticlericali non sono contro la religione ma contro l'uso politico e di potere che se ne fa. I più danneggiati dai clericali in realtà sono i religiosi».

C'è don Cannavera, c'è il prete che telefona per ringraziarti, ci sono i «molti cattolici che la pensano come noi», come hai detto a "Panorama". I diritti civili vanno al ralenti per colpa di quattro gatti di atei devoti?

«Ci sono clericali che sono effettivamente atei, ma oggi la responsabilità è tutta dei politici».

Non della Chiesa?

«Quella di Francesco non è quella di Ruini: rimane contraria all'eutanasia ma non c'è più la militarizzazione delle gerarchie e dei pulpiti che abbiamo visto contro la legge 40. È la politica che ora sul testamento biologico ha una legge davanti a sé: può approvarla, cincischiare o respingerla, ma deve assumersi le sue responsabilità».

Per l'avvio della discussione c'erano solo venti deputati.

«Più che fare qualche considerazione moralistica sulle assenze preferisco dire che se il dibattito fosse stato trasmesso dal servizio pubblico radiotelevisivo l'aula probabilmente sarebbe stata piena. Vedi, il fatto di considerare le questioni della vita e della salute estranee al dibattito politico riguarda il potere politico ma anche quello dell'informazione: le risse nei partiti e nelle coalizioni sono "la politica", i dibattiti li derubrichiamo a casi di cronaca e di coscienza».

Ti piace il progetto di legge?

«Potrebbe essere fatto molto meglio ma ci sono due passi avanti molto importanti. Il disegno di legge Calabrò della scorsa legislatura era un testo contro il testamento biologico: il paziente esprimeva disposizioni non vincolanti e la nutrizione forzata era irrinunciabile. Ora il testamento è vincolante anche per il medico e si prevede esplicitamente la rinuncia all'idratazione e all'alimentazione forzate».

Allora perché potrebbe essere fatto meglio?

«Perché ci sono degli elementi che all'atto pratico rischiano di svuotarlo. Intanto si inserisce in legge un riferimento al codice deontologico dei medici: è un'autodifesa dell'interesse di categoria che dà al medico margini per discostarsi dalle disposizioni».

È un'obiezione di coscienza?

«Non è espressamente nominata, ma inserire in legge il codice deontologico, che non ha portata universale, apre la porta a contenziosi giuridici che poi magari verranno risolti a favore del paziente, ma dopo quanto tempo? Piludu ci ha messo sei mesi, per un malato di sla possono essere devastanti: la legge serve a evitare cose del genere. L'importante è eliminare le ambiguità e inserire esplicitamente la sedazione continua e profonda».

Il testo non la nomina?

«Fa riferimento alle cure palliative: c'è chi ritiene che il riferimento alla sedazione sia implicito, noi riteniamo che debba essere esplicito. Così come riteniamo che vada legalizzata l'eutanasia, che in questo provvedimento non c'è: abbiamo presentato una legge di iniziativa popolare, se non se ne parlerà in questa legislatura chiederemo a tutti i candidati di impegnarsi a discuterne nella prossima. Dobbiamo sconfiggere i suicidi della disperazione».

Sono molti?

«L'Istat parla di migliaia di malati che si suicidano ogni anno: è un fenomeno da governare».

Ricorda il ragionamento sull'aborto: non sarà vietandolo che lo eviteremo, accadrà di nascosto e in una solitudine atroce.

«Esatto, ma visto che siamo in Sardegna mi sembra giusto ricordare il caso di Nuvoli, con l'anestesista bloccato dai carabinieri mentre andava a fargli la sedazione e a staccare le macchine. Dovette farsi morire di fame e di sete. E quando fu morto tennero il respiratore acceso per due ore, fino all'arrivo della polizia».

E per due ore...

«... quel corpo si gonfiava e si sgonfiava come un palloncino, come disse la compagna di Nuvoli».

Come hai viaggiato verso la Svizzera con Fabo sapendo che saresti tornato da solo?

«È stato un viaggio penoso. Sarebbe stato insostenibile se non fossi stato convinto di fare semplicemente il mio dovere».

Poi ti sei autodenunciato. Ora qual è la tua posizione giudiziaria?

«Non ho ancora ricevuto nessuna comunicazione, so dalla stampa di essere indagato».

Come intendi regolarti?

«Vado avanti, ho già appuntamento in Svizzera per portare altre due persone. Io continuo fino a quando lo Stato non si assume le sue responsabilità».

Facendo una legge o mandandoti in galera.

«Oppure dicendo che si può fare, senza voltarsi a guardare dall'altra parte. Si può andare in Svizzera? Sì? Bene. E chi non è in grado di arrivarci o non se lo può permettere? Di che diritto parliamo?».

Ti sei sentito in colpa dopo aver portato qualcuno a morire?

«No».

In un'intervista a "RollingStone" hai detto: "Quando sento parlare di vite che non sono degne di essere vissute mi si rizzano i capelli".

«Il punto è: nessuno può permettersi di dirlo della vita degli altri. L'associazione Luca Coscioni si batte per la libertà di ricerca scientifica contro malattie come la sla, combatte le barriere architettoniche, fa assistenza ai malati: è una truffa ideologica contrapporre i malati che vogliono vivere a quelli che vogliono morire. Spesso è la stessa persona, che dopo aver lottato a lungo decide che non vuole più. Ma è quella persona a decidere che è tempo di interrompere, non la società».

Quand'è che la vita del militante dei diritti civili è troppo pesante?

«Quando non si riesce a tramettere l'urgenza che le persone vivono sulla propria pelle. È la frustrazione più grande: sapere che c'è una realtà sociale immensa ma sconosciuta, magari perché queste persone, al contrario di categorie e corporazioni che possono scioperare o bloccare le stazioni, vivono la loro condizione in solitudine».

La vicenda di Fabo può unire i radicali? O favorirà gli uni rispetto agli altri nella corsa alle 3000 tessere di Italiani e Transnazionali?

«Guarda, la politica radicale ha senso nella misura in cui coinvolge l'opinione pubblica sui grandi fatti della società. Le polemiche sono del tutto irrilevanti: questa battaglia è di chi la vuole fare, non di una fazione».

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