26.02.2019

Di che morte morire

Di che morte morire

Articolo di Flavia Mezja, coordinatrice della Cellula Coscioni di Bologna – Andiamo per gradi. Innanzitutto, un paziente può rifiutare le cure e se ciò porta alla morte, è da intendersi come conseguenza del suo rifiuto, la morte non viene “causata”. Ovviamente al paziente vengono spiegate le possibili conseguenze del rifiuto dei trattamenti.

Se invece la persona è in stadio terminale e ricoverata in hospice, può richiedere contemporaneamente al rifiuto delle terapie, la sedazione continuativa fino a che il suo corpo non si spegnerà. Questa non accorcia il tempo di vita, è un semplice accompagnamento.

C’è il suicidio “classico”: spesso però la persona non riesce ad essere efficace nel suo tentativo per cui passa ore di sofferenza prima di morire, mentre alle volte non riesce proprio a morire, peggiorando ancora di più la sua condizione fisica e psicologica.

Il suicidio assistito, a differenza dall’eutanasia, ha come protagonista solo la persona interessata, che è la stessa che compie l’atto: nel suicidio assistito è il paziente ad agire, mentre nell’eutanasia lo fa il medico poiché il paziente è impossibilitato fisicamente a farlo.

Per il momento si sta tentando di far legalizzare la morte volontaria solo per gli adulti che siano capaci di intendere e di volere.

Per accedere ai trattamenti eutanasici, dove permesso, bisogna soddisfare alcuni requisiti: bisogna superare la valutazione di una commissione di specialisti che controlla se il paziente non ha alcuna possibilità di guarigione e di sollievo e se la sua richiesta è frutto di una libera volontà e non di patologie psichiatriche. Solo superata la commissione sarà possibile per la persona procedere, se ancora lo desidera.

La legalizzazione è importante perché se c’è una commissione da affrontare, questa può intervenire nei casi in cui il richiedente non abbia – ad esempio – una terapia adeguata.

Con la legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia depositata in Parlamento 6 anni fa, non si vuole obbligare tutti i malati terminali ad utilizzare la legge, ma non si proibisce questa scelta a chi ne abbia i requisiti. Se una persona che soffre per una patologia terminale vuol continuare a vivere, si continuerebbe comunque a fare di tutto affinché riceva le migliori cure e tutto il supporto di cui ha bisogno.

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