26.07.2016

Il fine vita tra Belgio e Italia

Il fine vita tra Belgio e Italia

Giulia Cuman, giurista e bioeticista, spiega le differenze tra le legislazioni italiana e belga sul tema della libertà di scelta nel fine vita.

Belgio e Italia sono entrambi Stati secolarizzati ma caratterizzati dalla stessa radice cristiana cattolica. Nonostante questa radice comune, hanno affrontato il tema del fine vita e dell’eutanasia in due modi contrapposti, se non antitetici.

In Italia il diritto alla salute è tutelato dall’art. 32 Cost. come diritto fondamentale dell’individuo, il quale prevede che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Nonostante l’articolo della Costituzione protegga chiaramente il diritto di ogni individuo a rifiutare o sospendere qualsiasi tipo di trattamento sanitario, in Italia si utilizza ancora il concetto improprio di eutanasia passiva, il quale non rappresenta null’altro che un diritto a rifiutare i trattamenti sanitari. La Costituzione non distingue, infatti, fra trattamenti sanitari rifiutabili, perché sproporzionati o straordinari, e trattamenti sanitari non rifiutabili, perché proporzionati o ordinari. Secondo Costituzione, dunque, qualsiasi tipo di trattamento sanitario può essere non solo rifiutato, ma anche sospeso in corso d’opera. Nel nostro paese si sono imposti orientamenti, proposti dagli esponenti del movimento pro-life, che considerano i trattamenti salva-vita (quali possono essere, ad esempio, la respirazione artificiale o l’idratazione e alimentazione artificiali) come non riconducibili al concetto di trattamento sanitario e perciò come impossibili da sospendere. Invero questa interpretazione non trova spazio, seppur sostenuta con fermezza da alcuni schieramenti, non essendo sostenuta né dalla lettera dell’art. 32 Cost. né dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la quale qualifica tali trattamenti salva-vita come trattamenti sanitari in senso proprio.

Nei vari paesi europei il diritto del paziente a rifiutare i trattamenti sanitari di qualsiasi tipo, è un principio consolidato e il desueto, improprio, concetto di eutanasia passiva non è più utilizzato; si parla invece in queste situazioni di letting die, ovverosia lasciar morire: infatti, sospendendo il trattamento sanitario si da modo alla malattia di proseguire il suo corso naturale sino a condurre alla morte dell’individuo. Il dibattito è invece aperto circa la possibilità di depenalizzare l’eutanasia propriamente detta, come avvenuto ad esempio in Belgio. L’eutanasia, propriamente detta, è identificata dal Belgian Act on Euthanasia come “l’azione di un terzo (un medico), di porre fine intenzionalmente alla vita di una persona, su richiesta di quest’ultima”.

In Belgio la legge sull’eutanasia fu approvata nel 2002, dopo un relativamente breve processo legislativo e a pochi mesi dalla legge olandese. A differenza della legge olandese, che si può considerare una sintesi codificata dell’evoluzione di oltre 25 anni di giurisprudenza sui casi di eutanasia e suicidio assistito, la legge belga aveva lo scopo primario di modificare l’atteggiamento dei medici in materia di eutanasia. Il Belgian Act dà una definizione chiara e univoca di eutanasia e fornisce previsioni molto dettagliate, proprio a causa della mancanza di una legislazione precedente e di esperienze giurisprudenziali e casistiche.

Prima del 2002 l’eutanasia era illegale in Belgio, ma era, invece, generalmente accettato che il medico non fosse obbligato a continuare trattamenti che non avessero più effetti curativi o terapeutici, e che potesse, e anzi fosse obbligato a somministrare farmaci per sedare il dolore, a fornire cioè le cure palliative per i malati terminali, anche qualora ciò potesse comportare, come effetto secondario, un’accelerazione nei tempi della morte.

Secondo la legge belga sui diritti dei pazienti, questi hanno diritto a rifiutare o sospendere i trattamenti medici, ciò viene riconosciuto in maniera chiara, e questo diritto è riconosciuto anche ai pazienti non più in grado di esprimere il loro volere ma che hanno preventivamente formulato una richiesta scritta di rifiuto a determinati trattamenti, le cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT). Allo stato attuale, in Italia manca una legislazione circa le DAT, e l’unica previsione la si ritrova nel codice deontologico dei medici, il quale prevede che “il medico tiene conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento espresse in forma scritta, sottoscritta e datata da parte di persona capace e successive a una informazione medica di cui resta traccia documentale”, ma ciò non garantisce alcun dovere formale da parte del medico.

Con la legge belga del 2002 si è voluto rispettare il pluralismo etico della società belga e l’autonomia degli individui nel rispondere alle domande sulla fine della vita, riconoscendo la sovranità dell’uomo sulla sua vita; adottare un’etica di Stato non avrebbe avuto senso, e sarebbe stato contrario al patto di convivenza stipulato dalle diverse componenti della società. 

Il Belgian Act disciplina le condizioni e le procedure affinché il medico possa praticare l’eutanasia senza commettere reato; un requisito necessario è che la richiesta da parte del paziente sia in forma scritta, datata e sottoscritta (la richiesta è revocabile in qualunque momento). Il medico deve assicurarsi che il paziente sia competente e cosciente nel momento in cui fa la richiesta, che questa sia volontaria e duratura, e che il paziente sia in condizioni insopportabili di sofferenza fisica o mentale. Il medico ha il dovere di informare il paziente circa le sue condizioni e aspettative di vita, discutendo con lui delle possibilità terapeutiche e palliative alternative. Deve inoltre consultare un altro medico indipendente, che dovrà constatare la sussistenza dei requisiti. Se il paziente non è in uno stadio terminale della malattia, il medico dovrà consultare inoltre uno psichiatra da lui indipendente, che ha il compito di consultare la cartella clinica ed esaminare il paziente; infine, dovrà far passare almeno un mese tra la richiesta scritta e il compimento dell’eutanasia.

È data inoltre rilevanza giuridica alle direttive anticipate di trattamento, scritte da persona capace, per il caso in cui non sia più in grado di intendere e volere. Il medico dovrà valutare lo stato di malattia e d’incoscienza irreversibili, consultare altri medici circa l’irreversibilità delle condizioni cliniche e discutere le direttive anticipate con l’eventuale persona nominata in queste.  Qualora concorrano tutte queste condizioni sarà praticabile l’eutanasia senza incorrere in comportamenti penalmente sanzionabili.

In Belgio dal momento dell’approvazione del Belgian Act, le richieste di eutanasia sono aumentate, così come sono aumentati i casi in cui queste richieste vengono soddisfatte dai medici. Sino al 2007 le morti per causa dell’eutanasia erano calcolate attorno all’1.9% delle morti, una seconda ricerca del 2013 ha rivelato che le morti per eutanasia erano salite al 4.6% delle morti totali. Questo dato è spiegato dal fatto della sempre maggior conoscenza nella popolazione di una legge che garantisce questa possibilità, dalla maggior conoscenza dei medici della legge e dei loro doveri e da una sempre maggior attenzione sociale e apertura alla discussione sull’eutanasia. Alcuni hanno prospettato il pericolo che la legalizzazione dell’eutanasia potesse comportare il rischio di rendere accettabili anche altre forme di morte assistita e in gruppi di persone sempre più vulnerabili, ma studi su larga scala non hanno confermato questa ipotesi, infatti, non sono stati registrati aumenti di morte assistita senza una specifica richiesta o in specifici gruppi sociali più vulnerabili. Studi illustrano che la grande maggioranza delle richieste di eutanasia proviene da malati terminali di cancro (83% circa), altre richieste sono garantite a malati non terminali ma portatori di malattie degenerative al sistema nervoso (8% circa), mentre una minima parte delle richieste proviene da direttive anticipate di trattamento (2% circa) e quindi da persone in coma irreversibile o in stato vegetativo persistente.

Come illustrato inizialmente, Italia e Belgio hanno in comune la stessa radice cattolica, ma lo Stato laico belga ha voluto rispettare il pluralismo etico della società, nonché l’autonomia degli individui nel rispondere alle domande sul tema del fine vita e riconoscendo la sovranità dell’individuo sulla propria vita. Il Belgio è giunto in maniera più decisa dello stato Italiano a dichiarare l’inopportunità di adottare un’etica di Stato, la quale sarebbe contraria al patto di convivenza stipulato dalle diverse componenti sociali. È auspicabile che il dibattito in Italia abbracci il pluralismo etico, fenomeno ormai consolidato anche nella nostra società, e si spogli da inopportuni preconcetti costringendo all’accettazione di un’etica di stato di matrice particolare; solo così sarà possibile sviluppare un dibattito e un dialogo scevro da dogmi morali o religiosi.

 

 

Giulia Cuman

Giurista – Bioeticista

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