24.01.2020

La battaglia di Ana Estrada in Perù: “Sto lottando per il diritto di scelta”

La battaglia di Ana Estrada in Perù: “Sto lottando per il diritto di scelta”

Quasi completamente paralizzata da una malattia terminale, la 42enne peruviana Ana Estrada dice di essere prigioniera nel suo stesso corpo e chiede la possibilità di terminare la sua vita legalmente.

Il Perù non permette l’interruzione delle terapie, tantomeno il suicidio medicalmente assistito o l’eutanasia. Per questo la Ana Estrada ha iniziato una battaglia pubblica per cambiare la legge. “Sto lottando per il diritto di scelta”, ha dichiarato in un’intervista.

Ana Estrada viene alimentata con un sondino gastrico e respira attraverso un foro nella trachea. La diagnosi della sua malattia è arrivata 28 anni fa, all’età di 14 anni: polimiosite, una patologia rara e progressiva caratterizzata da un’infiammazione dei muscoli, che si rivela, in alcuni casi, gravemente invalidante. Già a 20 anni, troppo debole per camminare o stare in piedi, Ana ha iniziato ad utilizzare la carrozzina. Nonostante ciò, si è laureata in psicologia alla Pontifical Catholic University in Perù e ha lavorato come terapista.

Come qualsiasi altra cosa nella vita di Ana, anche quest’ultima battaglia è ricca di ostacoli. In un paese dove l’interruzione volontaria di gravidanza e le unioni omosessuali sono proibite, nessun membro del Parlamento peruviano sostiene la sua causa. Quello del fine vita, dice Ana, “è un argomento che mette in allarme le persone. Nessuno vuole mettere le mani sul fuoco perché sanno che si bruceranno”. I familiari, inizialmente riluttanti, ora rispettano la sua scelta.

Ana Estrada ha trovato un alleato nell’ufficio del difensore pubblico, il quale prevede di usare la strada del Tribunale per chiedere un’eccezione al caso di Ana al fine di ottenere legalmente la possibilità di interrompere le terapie. “In Perù, questi atti prevedono tre anni di carcere. Un medico che volesse aiutarla commetterebbe un reato”, spiega il suo legale, Walter Gutiérrez, che continua: “Il suo caso non cambierà la legge, ma potrebbe aprire una strada”.

“Se questa possibilità esiste in altri Paesi, io voglio che ci sia anche qui” dice Ana che descrive la sua lotta come “un piccolo granello di sabbia” che possa far riflettere la popolazione sui diritti nel fine vita.

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