05.12.2019

Mina Welby: «Anche nel fine vita, il medico deve stare dalla parte del cittadino»

Mina Welby: «Anche nel fine vita, il medico deve stare dalla parte del cittadino»

Teresa Comberiati intervista Mina Welby. Ne pubblichiamo qui un estratto rimandandovi a VelvetMag per l’intervista completa.

Ha scoperto presto cosa significa non esser liberi nelle proprie scelte. Sentirsi legati al pensiero meccanico e poco empatico delle istituzioni è una sensazione che ha assorbito attraverso il desiderio si suo marito, Piergiorgio Welby. Che cos’è per lei, Mina, la libertà di scelta?

La libertà di scelta può manifestarsi in tante maniere, perché una persona nasce e poi deve essere libera di scegliere per tutta la vita. Anche i bambini, per esempio: oggi sono loro che scelgono quale scuola fare, così da non lasciare gli altri amici. Poi c’è chi sceglie il proprio compagno o compagna o persone dello stesso sesso. Quindi, queste, sono tutte scelte di vita molto importanti e in parte sono state anche già deliberate da leggi e approvazioni.
Ma c’è anche un’altra scelta, che riguarda la fine di una vita. Esistono molte malattie degenerative che inducono il paziente ad un costante malessere. È una realtà molto importante perché la persona può scegliere fin dal principio se vuol fare una tecnica invasiva per poter esser nutrito o per poter respirare. A mio marito, per esempio, è stata somministrata la ventilazione artificiale che lui non avrebbe voluto.

Il vostro rapporto coniugale aveva subito gli effetti di una malattia degenerativa così prepotente come la distrofia muscolare.

La nostra vita privata ha avuto un decorso normale. Come marito e moglie i nostri rapporti coniugali erano perfetti, anche se non nascondo che ogni tanto lui mi chiedeva se non fosse abbastanza. Ma per me tutto quello che avevo andava benissimo, non mi serviva nulla. Infatti esordivo con la stessa esclamazione:«L’importante è che stai bene, che tu stai qui e ci possiamo guardare e fare tutto quello che facevamo prima!» – perché era vero. Era quello che volevo.
Avevamo addirittura ricominciato ad uscire e ad andare a pesca al laghetto sportivo, aiutati da un istruttore. Un’attività normale fino al 2002, quando poi è riapparsa la distrofia muscolare. Da quel momento un’altra pagina della nostra vita stava per iniziare. Piergiorgio aveva aperto un forum, “Eutanasia”, e l’esistenza di quella finestra web mi aveva scosso. Quella non era altro che una dichiarazione: lui voleva morire. Io da moglie non mi sono tirata indietro e l’ho aiutato a fare ricerche sull’eutanasia nel mondo e a contattare più persone illustri possibili.
Piero sapeva che era uscita la legge in Olanda e in Belgio. Nel novembre di quell’anno aveva scritto al Comitato Nazionale di Bioetica e contattato Francesco D’Agostino, il presidente del comitato di allora. Gli aveva chiesto di fare una legge, non sull’eutanasia, lui infatti diceva:«Se chiedo la legge sull’eutanasia non me la daranno mai. La richiedo per il testamento biologico». Purtroppo, come in molti sanno, non ha ottenuto neanche questa legge quando era in vita.

In queste situazioni estreme secondo lei, Mina, un medico cosa dovrebbe valutare e analizzare?

Il medico deve essere dalla parte del cittadino, che è anche paziente. Perché prima di tutto il paziente è un cittadino e i cittadini hanno i loro diritti. Piergiorgio non riusciva più a parlare, non aveva nessuna intenzione di aspettare ancora, voleva che tutto avvenisse mercoledì, dopo “i pacchi” (Affari Tuoi, trasmissione di Flavio Insinna ndr).

E quando è finita la trasmissione “dei pacchi” è accaduto qualcosa, giusto?

Per me quel mercoledì è stato un colpo terribile! Io piangevo e continuavo a piangere, e ricordo che Piergiorgio mi disse: «Hai gli occhi rossi. Hai pianto. Non devi piangere!»; gli avevo risposto che erano le troppe cipolle che avevo tagliato. «Tagli un po’ troppa cipolla», ovviamente lui non aveva creduto ad una singola parola. Era ironico anche nei momenti più tristi, come nell’ultimo. C’era un po’ troppo vociare in camera da letto, e lui chiese se per favore potevano andare a parlare in camera da pranzo e chiacchierare lì:«Io mi devo concentrare, muoio per la prima volta!».

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