09.12.2013
Pubblichiamo la prima di tre parti dell’articolo “Siamo liberi ma non padroni della vita” di Claudio Magris pubblicato su La Lettura (Corriere della Sera) dell’8 dicembre 2013. Speriamo che con questo si possa meglio proseguire anche qui un confronto sui diritti e i doveri del fine-vita.
Qualche settimana fa, due carabinieri hanno salvato in extremis un uomo che stava per suicidarsi e si era gettato nel vuoto con una corda al collo. Il fulmineo intervento è un’ulteriore decorazione sul medagliere dell’Arma, perché non è cosa da poco salvare una vita. In questo caso estremo non viene certo in mente alcun dubbio su quell’intervento così pronto. Ma fino a quando, fino a dove è lecito o giusto salvare la vita di qualcuno che vuole rifiutarla, rinunciarvi, fuggirla perché non la regge più? Se i carabinieri avessero fermato qualcuno mentre si recava in Svizzera o in altro posto per porre fine ai suoi giorni con un suicidio assistito, ciò sarebbe stato verosimilmente contestato come una violazione della libertà, una dogmatica costrizione a vivere imposta a chi non se ne sente più in grado, schiacciato e tormentato da un peso o da un dolore insopportabile.
Ma è giustificata questa differenza — che certo in noi è istintiva e profonda — fra due modalità di impedire una morte o meglio fra due modalità di porre volutamente fine alla propria vita, una da rispettare e l’altra da impedire anche contro la volontà dell’interessato? Certo, in un caso si può presupporre una decisione meditata, una volontà razionalmente radicata nella persona, pienamente consapevole, mentre in altre circostanze si può pensare a una scelta dettata da un’esaltazione momentanea, priva di lucidità che non esprime una deliberata, cosciente e libera volontà, come il gesto di chi agisca alterato da una droga o da un violento choc. Ma, a parte casi particolarmente evidenti, chi si prende l’arbitrio di decidere sulla volontà di un altro, di stabilire che un altro vuole o non vuole veramente ciò che dice di volere, di desiderare, ciò che invoca? Saremmo felici se Monicelli o Lizzani — cui va il mio intenso e, nel caso di Lizzani, personalmente grato ricordo—fossero vivi, ma sarebbe stato lecito impedire loro ciò che hanno voluto? Siamo certi che i bambini sofferenti — cui in Belgio una proposta di legge vorrebbe dare la possibilità di richiedere l’eutanasia — abbiano una capacità di giudizio superiore a quella dell’uomo salvato dai carabinieri? E uno psicologo, esperto di una scienza non certo esatta e particolarmente esposta a interpretazione impressionistiche, è proprio certo che la sappia più lunga? E gli stessi genitori — non tutti necessariamente amorosi e specialmente non tutti necessariamente intelligenti e preparati, come dimostrano tante cronache—possono essere considerati «padroni» dei loro figli sino al punto di decidere della loro vita o della loro morte?
Ci può essere un’implicita violenza, un superbo senso di superiorità nel credere che si possano legare le mani di chi vuole impiccarsi e che non si debba invece legarle a chi vuol prendere le pillole prescritte. Non sto certo scoraggiando chi ha generosamente e talora rischiosamente trattenuto un fratello sull’orlo del baratro e non sto propugnando l’obbligo di accanirsi a prolungare la vita a ogni costo e in ogni condizione, pure contro la volontà o anche solo contro la possibilità di sopportazione della persona. C’è un momento, hanno scritto teologi come Thiede o Sölle, in cui proprio il senso cristiano della finitezza umana e della vita come viaggio — anche comico, visto da lassù — aiuta a dire di sì alla sua conclusione e le mani, non più nevroticamente contratte, lasciano la presa. Non è la vita che va idolatrata, perché è difficile dire se il Big Bang sia stato un bene o un male; sono i viventi che vanno rispettati in tutte le fasi della loro esistenza, da quelle deboli degli inizi nel grembo materno a quelle deboli della fine e a tutte quelle intermedie, felici o dolorose.
Altrimenti potrebbe diventare realtà la feroce, paradossale satira del grande Philip Dick — l’autore di tanti capolavori di fantascienza — quando in un racconto immagina che la liceità dell’aborto venga prolungata sino ai nove anni del figlio o della figlia. Inoltre c’è una fondamentale differenza tra chi invoca la morte, per sé o per gli altri, sotto la pressione di sofferenze insopportabili e chi vorrebbe stabilire un livello di «abilità» o di salute al di sotto del quale è lecito o magari socialmente ed economicamente auspicabile la soppressione del «disabile», come quella praticata dal nazismo con l’operazione «Aktion T4», volta, come ha ricordato di recente Marco Paolini, a eliminare migliaia di tedeschi «la cui vita non era degna di essere vissuta», senza chiedersi chi stabilisce quando una vita è degna o no di essere vissuta.
È difficile avere, in queste cose, certezze. Probabilmente abbiamo perso la familiarità con la morte che aveva la civiltà classica, il senso concreto di far parte del gran fiume delle cose, come dice l’espressione cinese, del ciclo di aurora e tramonto, fiorire e appassire, aggregazione e disgregazione degli elementi. Si è forse data troppa importanza alla morte, permettendole di fare troppo il gradasso e di presentarsi come il trionfo del nulla e dell’insensatezza di tutto.